Il culto di San Pasquale a Portici

 

 La fondazione del convento francescano del Granatello a Portici risale alla fine del XVII sec. (1696-97) ad opera dei Frati Minori Alcantarini; questi costituivano uno dei tanti  rami della grande famiglia francescana. Loro fondatore fu S. Pietro d’Alcantara (1499-1562) in Spagna nel 1554, sacerdote francescano di vasta cultura ed alta spiritualità. Tra i frati alcantarini che si distinsero per santità tanto da essere canonizzati dalla Chiesa è particolarmente popolare S. Pasquale Baylon (1540-1592), il quale fu addirittura dichiarato beato (1618) quattro anni prima del suo fondatore S. Pietro di Alcantara (1622): S. Pasquale nella vita secolare fu un povero pastore, nella vita francescana un umile frate laico addetto prima alla cucina e successivamente alla questua. Ben presto i frati laici alcantarini scelsero come loro celeste patrono proprio S. Pasquale, perché figura particolarmente significativa sul piano spirituale per la loro vita consacrata laicale.

            I Frati Minori Alcantarini spagnoli giunsero a Napoli fin dal 1669 in qualche modo favoriti dalla presenza della famiglia reale di origine spagnola che all’epoca governava il regno delle Due Sicilie, i Borbone; essi, al loro arrivo, si stabilirono presso il convento napoletano di S. Lucia al Monte. La loro alta spiritualità insieme alla loro luminosa testimonianza di vita evangelica suscitò tanto scalpore nella società partenopea del tempo da rinnovare a Napoli lo stesso fervore e la stessa reazione che si ebbero ad Assisi nel XIII ad opera di S. Francesco: molti giovani, appartenenti anche alla nobiltà ed alla aristocrazia, entrarono in questa nuova famiglia religiosa, abbandonando la loro agiatezza familiare; pertanto le loro case ben presto si moltiplicarono. Tra i primi frati minori alcantarini italiani si distinse  S. Giovangiuseppe della Croce (1654-1734), membro della nobile famiglia Calosirto dell’isola di Ischia, che partecipò in prima persona all’edificazione del convento di Portici, infatti la sua presenza sul posto è documentata tra il 1698 e il 1703. I Frati Minori Alcantarini divennero velocemente così numerosi da costituire nel sud-Italia due province: quella di Napoli e quella di Lecce.

             All’epoca l’economia dei conventi si fondava sulle libere oblazioni dei fedeli e soprattutto sulla questua dei beni di natura, che effettuavano i frati laici. Il territorio era diviso nei cosiddetti “distretti” di questua e ad ogni convento veniva attribuito un distretto dai confini geografici ben delimitati ed un numero di frati laici proporzionato ai bisogni della fraternità locale. Erano destinati alla questua i frati laici ritenuti più formati sul piano umano-spirituale, perché essi avrebbero quotidianamente incontrato la gente e, pertanto, avrebbero dovuto assicurare la cosiddetta “predica del buon esempio”, che in cui tanto credeva S. Francesco. del quale non a caso le fonti francescane scrivono: “Edificava gli uditori non meno con l’esempio che con la parola, si potrebbe dire divenuto tutto lingua” (FF 488). Quando ai frati cercatori era impossibile rientrare nel convento di appartenenza in un unico giorno, generalmente erano ospitati presso qualche altro convento vicino o famiglia disponibile. Essi dovevano questuare solo entro i confini del loro distretto di questua, diversamente si esponevano al rischio di un ricorso al Padre Provinciale da parte del Guardiano del convento nel cui distretto di questua erano sconfinati. Il frate questuante era sempre attesissimo dai benefattori, perché, oltre ad essere frate cercatore, spesso era anche depositario di confidenze, ansie, speranze, dubbi, sfoghi, richieste di preghiere di intercessione. I frati questuanti spesso diventavano di fatto confidenti, consiglieri e guide spirituali dei loro benefattori. Essi ritornavano ciclicamente negli stessi luoghi e pertanto avevano modo di seguire nel tempo l’evoluzione delle vicende personali e familiari confidate dai loro benefattori e di continuare così la loro opera di assistenza morale e spirituale. Tante volte distribuivano, a coloro che incontravano lungo il  cammino ed erano più poveri di loro,  parte di quanto ricevevano per il sostentamento del  convento, come il fra Galdino di manzoniana memoria che dei frati diceva: “… noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi” (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. III).

            I frati laici questuanti alcantarini nel loro peregrinare di paese in paese e di casa in casa invitavano incessantemente i benefattori ad invocare l’intercessione del loro patrono S. Pasquale con tale capillarità che volgarmente, almeno negli ambienti di influenza alcantarina, i frati minori finirono con l’essere spesso chiamati “frati di S. Pasquale” o “monaci di S. Pasquale” e tutti i conventi alcantarini, al di là della loro ufficiale intitolazione, denominati “conventi di S. Pasquale”. Tale sorte è toccata anche al convento alcantarino del Granatello di Portici, il quale, sebbene intitolato addirittura al fondatore dell’alcantarinismo S. Pietro d’Alcantara, fu ed è tuttora denominato “convento di S. Pasquale”. In questa linea si comprende l’enorme diffusione del nome “Pasquale” nel napoletano e nel sud-Italia in genere.

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